Terapia funzionale in patologie della donna

Le patologie che possono colpire la donna in particolare sono endometriosi, ovaio policistico, depressione, osteoporosi, artrte reumatoide e i tumori femminili. Come si può intervenire con fattori modificabili quali la dieta e lo stile di vita in caso di malattia?
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Endometriosi

L’endometriosi è una malattia femminile, determinata dall’accumulo anomalo di cellule endometriali fuori dall’utero. Solitamente le cellule endometriali dovrebbero trovarsi all’interno di esso. Questa anomalia determina nel corpo infiammazione cronica dannosa per l’apparato femminile, che si manifesta tramite forti dolori e sofferenze intestinali.
L’endometriosi può colpire donne di qualsiasi età; tuttavia, dimostra di avere una particolare predilezione per le donne in età fertile tra i 30 e i 40 anni.

L’incidenza dell’endometriosi è abbastanza elevata: secondo le più attendibili ricerche statistiche, infatti, il numero di donne affette rappresenterebbe il 6-10% della popolazione generale di sesso femminile.
La prevalenza è più comune nelle donne con dolore pelvico cronico che non hanno mai avuto figli.
In Italia, le donne con endometriosi sono più di 3 milioni; in Unione Europea, circa 14 milioni; nel mondo, infine, circa 150.000.000.

Le precise cause di endometriosi sono poco chiare. Esistono, tuttavia, diverse teorie che cercano di spiegare come possa insorgere:
Teoria della mestruazione retrograda. Secondo tale teoria, gruppi di cellule dell’endometrio, che si sfaldano durante le mestruazioni, refluirebbero attraverso le tube di Falloppio fino alla cavità addomino-pelvica, dove si impianterebbero sul peritoneo e gli organi avvolti dal peritoneo. L’impianto delle suddette cellule all’interno della cavità addomino-pelvica dà luogo al fenomeno delle cosiddette “isole endometriosiche”. Questa ipotesi sembra confermata dal fatto che le sedi di maggior frequenza dell’endometriosi sono le tube di Falloppio, le ovaie e lo scavo di Douglas (cioè l’incavo creato dallo spazio tra la parte posteriore dell’utero e la parte anteriore del retto).
Teoria metaplasica. In base alla teoria metaplasica, le cellule del peritoneo andrebbero incontro, per cause sconosciute, a una trasformazione in cellule dell’endometrio; questo spiegherebbe l’eccezionale formazione di tessuto endometriale nella vescica e nella prostata che si può ritrovare anche nei soggetti di sesso maschile.
Teoria della disseminazione per via linfatica ed ematica. Secondo tale teoria, le cellule dell’endometrio potrebbero raggiungere altri organi (es: polmoni o reni), attraverso il sistema linfatico o il sangue (mediante le vene pelviche). E’ l’ipotesi più accreditata, per spiegare la presenza di endometrio al di fuori della cavità pelvica che non può dipendere dal trasporto retrogrado.
Teoria dell’impianto iatrogeno. Tale teoria è frutto della dimostrazione che esiste una possibilità di impianto di tessuto endometriale sulle cicatrici chirurgiche, successive a taglio cesareo o a operazioni di rimozione dell’utero (isterectomia).
Teoria dell’alterazione immunitaria endoperitoneale. Normalmente, il sistema immunitario riconosce come estranee le cellule dell’endometrio che sono refluite in cavità addominale, al momento della mestruazione, e le elimina. In base a questa ipotesi, quindi, un’anomalia del sopraccitato meccanismo immunitario, indotta da una mutazione genetica, consentirebbe ad alcune cellule endometriali di sopravvivere e moltiplicarsi.
Teoria ormonale. Tale teoria afferma che, in alcuni soggetti, l’endometriosi dipenderebbe dall’attività degli estrogeni, i quali – durante la pubertà femminile – indurrebbero la trasformazione in cellule endometriali di alcune cellule, destinate in origine a diventare altro.
Questa teoria ha sollevato un dibattito in merito ai contraccettivi orali a basso contenuto di estrogeni e ad alto contenuto di progesterone: il tema di discussione è se tale farmaci possono o meno avere effetto protettivo nei confronti dell’endometriosi.

Fattori di rischio

Secondo gli esperti, sono fattori di rischio per l’insorgenza di endometriosi:
• Assenza di gravidanze. In altre parole, le donne che non sono mai rimaste incinte sono più a rischio delle donne che sono rimaste incinte almeno una volta nella vita;
• Menarca (ossia la prima mestruazione) in età precoce;
• Menopausa in età molto avanzata;
• Cicli mestruali brevi (per esempio, durata inferiore ai 27 giorni);
• Alti livelli di estrogeni nel corpo o un’esposizione agli estrogeni che si somma alla quantità di estrogeni prodotti normalmente dal corpo;
• Consumo ingente di alcol;
• Storia familiare di endometriosi;
• La presenza di una qualsiasi condizione medica che impedisca il normale passaggio del flusso mestruale al di fuori del corpo;
• La presenza di anomalie uterine.

Sintomi

Le donne che soffrono di endometriosi riferiscono dolore mestruale, dolore durante i rapporti sessuali, dolore alla minzione e alla defecazione, a volte accompagnato dalla comparsa di sangue nelle urine o nelle feci. Il dolore può essere cronico e persistente, ma generalmente i sintomi si aggravano durante il periodo mestruale. Alcune donne lamentano astenia e lieve ipertermia, che può accentuarsi in periodo mestruale, e fenomeni depressivi.
L’endometriosi è causa d’infertilità (30-40% dei casi) e con un impatto notevole sulla qualità della vita e sui costi diretti e indiretti. Si aggiunge un ritardo diagnostico, valutato intorno ai sette anni. Di fatto una pronta diagnosi e un trattamento tempestivo possono migliorare la qualità di vita e prevenire l’infertilità.
Sin dalla più giovane età è molto importante sapere che i dolori mestruali e durante i rapporti non sono normali e che non devono essere taciuti. Inoltre le donne che hanno la madre o una sorella affette da endometriosi hanno un rischio di svilupparla sette volte maggiore.

Come si cura

I trattamenti dell’endometriosi comprendono: la chirurgia, la terapia medica, ma anche in alcuni casi l’osservazione. La chirurgia ha come obiettivo quello di risolvere il danno d’organo causa del sintomo doloroso, dedicando un’attenzione e una cura particolare alla preservazione del potenziale riproduttivo.

In caso di intervento, la chirurgia endoscopica mini-invasiva, che può talvolta avvalersi anche dell’ausilio del robot, assicura il miglior impatto clinico con i migliori risultati in termini di esiti postchirurgici sia a breve che a lungo termine, poiché da un lato risparmiando significative incisioni cutanee risulta meno dolorosa e più estetica, dall’altro comporta una minor sindrome aderenziale pelvica postchirurgica.

Nei casi in cui la malattia comporti un interessamento extragenitale, si rende necessario un approccio multidisciplinare, che coinvolga professionisti, soprattutto urologo e chirurgo generale, di elevato livello nel proprio settore per garantire un approccio chirurgico completo.

Un ruolo irrinunciabile spetta anche alla terapia medica, che viene spesso indicata dopo l’atto chirurgico nelle pazienti che non stanno cercando una gravidanza, in quanto capace di ridurre il rischio di ripresentazione della malattia dopo una chirurgia conservativa.
Talvolta i sintomi legati all’endometriosi possono non scomparire completamente dopo l’intervento; in tal caso la terapia medica contribuisce significativamente alla riduzione dei disturbi migliorando la qualità di vita.

Lo stile di vita

Come per tutte le patologie croniche, lo stile di vita sano può modificare positivamente l’andamento della malattia, con conseguente riduzione dei sintomi. La cura dell’alimentazioni con adeguato apporto di fibre e vitamine e con la riduzione dell’introduzione proteine di origine animale, così come l’astensione dal fumo e lo svolgimento di un esercizio fisico regolare, possono migliorare significativamente la qualità di vita della paziente.

Sindrome dell’ovaio policistico

La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS, dall’inglese Poly-Cystic Ovary Syndrome) anche nota come sindrome di Stein-Leventhal o policistosi ovarica, è un disordine endocrino caratterizzato da anovulazione ed iperandrogenismo, coinvolge il 5-10% della popolazione femminile in età riproduttiva e rappresenta una delle più comuni cause di infertilità nella donna.

Questa sindrome causa importanti effetti sulla salute della donna di tipo estetico, metabolico e riproduttivo. È caratterizzata dall’ingrossamento delle ovaie, dalla presenza di cisti ovariche multiple e da alterazioni endocrinologiche e metaboliche (iperandrogenismo, resistenza all’insulina e conseguente iperinsulinemia).

In alcune donne si osserva anche una familiarità per la sindrome. I sintomi dell’ovaio policistico sono dovuti ad una situazione di anovulazione cronica, cioè un’assenza costante dell’ovulazione, associata ad un aumento della produzione e della secrezione degli ormoni androgeni in quantità variabile.

Cause

La più importante causa dell’ovaio policistico è l’iperandrogenismo, che è responsabile dell’irsutismo e, indirettamente, dell’anovulazione e dei disturbi del ciclo.
L’eccesso di androgeni è dovuto ad una serie di alterazioni ormonali che caratterizzano la PCO e che sono un aumento dei livelli di LH – che mostrano ampie oscillazioni in rapporto ad una esagerata ed irregolare secrezione da parte dell’ipofisi (che produce LH) – e l’esaltata produzione di ormoni estrogeni ed androgeni da parte dell’ovaio. In particolare, è proprio l’irregolare – e spesso esagerata – secrezione di LH ad “iperstimolare” l’ovaio a produrre in abbondanza tali ormoni. La concentrazione di FSH circolante, sempre prodotto dall’ipofisi, è invece ridotta. Sono inoltre abolite le variazioni secretorie di LH ed FSH legate ad un ciclo mestruale ovulatorio. In circa il 30% delle pazienti affette si rileva inoltre un modico aumento della prolattina, con valori circa doppi rispetto a quelli osservati in soggetti normali.
Le elevate quantità di androgeni presenti in circolo vengono convertite in estrogeni a livello dei tessuti periferici, in particolare a livello del tessuto adiposo, ricco di enzimi il cui compito è proprio questa conversione. L’LH liberato in eccesso provoca aumento del volume dell’ovaio con iperproduzione di androgeni, che incrementano i processi di conversione periferica degli androgeni in estrogeni, perpetuando il circolo vizioso responsabile della sindrome.

L’inadeguata secrezione di FSH e l’elevata concentrazione di androgeni all’interno delle ovaie, in cui si svolge la maturazione del follicolo, provocano una sua incompleta maturazione. L’incompleta maturazione di numerosi follicoli, a sua volta, determina la formazione di piccole cisti. Le ovaie sono in genere, ma non necessariamente, ingrandite. Assai più raramente l’aumento della prolattina può determinare secrezione di latte dai capezzoli (galattorrea).

Segni e sintomi

Si può dire che l’ovaio policistico è espressione di una complessa alterazione funzionale del sistema riproduttivo data dall’aumento degli ormoni maschili (androgeni), causa di segni e sintomi quali:
• irsutismo (eccesso di peluria su viso e corpo)
• alopecia androgenetica (acne e calvizie di tipo maschile)
• disturbi mestruali (mestruazioni irregolari, assenza di mestruazioni per più mesi, cicli scarsi o prolungati).

I disturbi del ciclo mestruale sono uno dei sintomi dell’ovaio policistico che più spesso portano la paziente a consultare il medico: si possono avere cicli anovulatori, oligomenorrea (poche mestruazioni, “cicli che ritardano”), sanguinamenti uterini anomali, amenorrea, infertilità ed alterazioni della temperatura basale, che riflettono la mancata ovulazione. In qualunque momento, per una fluttuazione del livello degli estrogeni, possono spontaneamente verificarsi dei cicli ovulatori. Tra le donne affette da ovaio policistico, l’irsutismo è quasi costantemente presente, ma è, in genere, relativamente lieve.
Talora è presente acne, mentre solo raramente si osservano quelli che vengono chiamati segni di virilizzazione, e che sono irsutismo, stempiamento, recessione della linea di attacco dei capelli sulla fronte, acne ed aumento della produzione di sebo (pelle grassa), aumento delle masse muscolari, voce a tonalità bassa, aumento di volume del clitoride e delle grandi labbra, aumento del desiderio sessuale, aumento di volume delle mammelle e perdita della silhouette femminile. L’obesità è presente in meno della metà delle pazienti colpite dalla sindrome dell’ovaio policistico.

La dieta e lo stile di vita

La PCOS non è sinonimo di sterilità e si ricorre all’induzione dell’ovulazione se la anovularietà è sistematica e unica causa di sterilità. Inoltre, l’esercizio fisico (importante per ridurre la resistenza insulinica) e la perdita di peso (utile a ridurre i livelli di insulina, di SHBG e gli estrogeni), possono ripristinare l’ovulazione o favorire l’effetto dei farmaci utilizzati per l’induzione dell’ovulazione.

È fondamentale comprendere come sani e corretti stili di vita, acquisiti sin dalla più giovane età, aiutino nella prevenzione di questa patologia.
A piccoli passi
E’ necessario partire dal principio che l’organismo della donna con ovaio policistico può dare una risposta lenta ai cambiamenti, ma la risposta comunque arriva. Dunque ogni donna va seguita ed assecondata nel suo percorso da un dietologo o da un nutrizionista esperto e qualificato.
Ecco quali sono i punti fondamentali da tener presenti nell’alimentazione di una donna con PCOS:
1. Eliminare le scorte di dolci, zucchero, alimenti precucinati e preconfezionati: il primo passo è assaporare il gusto naturale degli alimenti, imparando a cucinarli nel modo che ne esalta il sapore. Sarà un modo per aumentare la consapevolezza, e dedicare attenzione a sé stesse e al proprio corpo. Quando manca il tempo è bene programmare la spesa in modo da avere a portata di mano alimenti crudi da consumare come tali o da cucinare al momento;
2. Evitare di saltare i pasti (meglio fare sempre colazione, pranzo e cena): saltare un pasto non fa dimagrire, ma scatena una fame compensativa e una maggiore produzione di insulina al pasto successivo, che sarà assorbito ed immagazzinato con maggiore efficacia. Meglio mangiare un’insalatona mista di soli vegetali o un passato di verdura (meglio se con legumi) che nulla, se non c’è tempo di fare pranzo.
3. Ad ogni pasto non deve mai mancare la fibra, da ortaggi e verdure Se la verdura è fibrosa e si deve masticare, ha un potere maggiore nella riduzione del controllo dell’assorbimento dei carboidrati presenti nel pasto.
4. Meglio non mescolare due tipi diversi di proteine o di carboidrati nello stesso pasto, come carne e formaggio, prosciutto e pesce, pane e pasta, pasta e patate, eccetera, perché questi abbinamenti tendono a rallentare la digestione, e a stimolare eccessivamente l’insulina.
5. L’olio extravergine di oliva è il miglior grasso da condimento utilizzabile nella dieta per le donne con sindrome dell’ovaio policistico.
6. Ridurre il sale è una buona regola per evitare di sentirsi gonfie, di controllare la pressione arteriosa, e di ridurre i livelli di infiammazione generale.
7. L’idratazione è fondamentale: fa percepire in modo diverso la fame, fa funzionare meglio tutto l’organismo stimolando la diuresi e l’eliminazione delle tossine, ed inoltre favorisce, a livello gastro-intestinale, l’aumento di volume delle fibre assunte coi pasti favorendo l’evacuazione delle feci.
8. Cercare di ridurre l’apporto di latte e latticini dando la preferenza al latte scremato e ai suoi derivati magri (formaggi freschi, yogurt magro, ricotta fresca)
9. Il percorso verso la salute va fatto gradualmente: a piccoli passi. Il percorso di avvicinamento verso uno stile di vita sano potrebbe non essere facile e lineare, al contrario potrebbe essere fatto di momenti dove tutto va bene e momenti di sconforto. Occorre non perdersi d’animo, perché grazie alla continuità la PCOS potrà essere gestita con ottimi risultati.
10. L’attività fisica è fondamentale: non bisogna faticare forzatamente per diventare subito supercampionesse, ma è importante dedicare del tempo alla cura del proprio corpo con il movimento. Occorre rispettare le proprie capacità, e soprattutto le preferenze, cominciando magari da una camminata di buon passo all’aria aperta per almeno 30 minuti, due o tre volte a settimana. Poi si possono aumentare gradualmente il passo e la durata.
La percezione di fare cambiamenti positivi per se stesse sarà altissima, e si avrà la sensazione di poter davvero cambiare gli atteggiamenti negativi. Le ricerche internazionali hanno visto che è un’attività eccessivamente intensa, fatta di sovraccarichi, e di molta fatica muscolare spesso non sono la strada giusta per tutte, ma un’attività dolce e costante nel tempo può essere davvero d’aiuto alla PCOS.

Depressione

La depressione, nella classificazione medica, rientra nei disturbi dell’umore. L’umore può essere stabile oppure può variare lievemente, anche nel corso di una stessa giornata, perché influenzato positivamente o negativamente dall’ambiente esterno e dalle situazioni incontrate. Quando però il tono dell’umore è marcatamente rivolto verso il “basso” si entra nel campo della patologia, si parla cioè di depressione come vera e propria malattia, e non come stato d’animo passeggero.

Secondo lo studio ESEMeD (European Study of the Epidemiology of Mental Disorders – 2013) in Italia, la prevalenza della depressione maggiore e della distimia nell’arco della vita è dell’11,2% (14,9% nelle donne e 7,2% negli uomini). Nelle persone ultra 65enni la depressione maggiore e la distimia hanno una prevalenza pari al 4.5% (ma tra le persone istituzionalizzate di questa età la prevalenza è molto più elevata, in alcune casistiche arriva fino al 40%). Da numerose indagini epidemiologiche risulta che il 2% dei bambini e il 4% degli adolescenti ha in un anno un episodio di depressione che dura almeno 2 settimane.

Cause

Molte sono le teorie, sviluppatesi negli anni, che tentano di dare una spiegazione all’insorgere dei disturbi depressivi e quelle confermate da evidenze scientifiche sono tra loro complementari. Ossia ognuna di queste ipotesi è in parte vera, e tutte insieme contribuiscono a delineare i meccanismi coinvolti nella depressione senza però risolvere l’enigma primario: perché viene questa malattia?

In proposito la prima teoria sviluppata fu quella monoaminergica che individuava due classi di depressioni a seconda del neurotrasmettitore che sarebbe stato carente a livello del sistema nervoso centrale, depressioni da deficit di serotonina e da deficit di noradrenalina. Questa ipotesi fu presto affiancata anche dal suo opposto: ci sono, infatti, evidenze che l’iperattività degli stessi neurotrasmettitori può coesistere con uno stato depressivo.

L’ipotesi genetica sull’ereditarietà della malattia è oggi sfumata verso un concetto di familiarità, cioè di maggior incidenza della depressioni maggiori nei figli di genitori che già ne sono affetti.

La teoria più recente spiega l’insorgere della depressione sulla base dell’interazione di tre fattori: vulnerabilità personale, eventi stressanti e scarse abilità sociali. Ipotizza quindi che alcune persone abbiano una predisposizione congenita (deficit di neurotrasmettitori, alterazioni ormonali) che le rende più vulnerabili nel caso di scontro con eventi negativi di perdita (lutto, divorzio, separazioni). La mancanza, o il basso grado, di abilità sociali del soggetto nell’affrontare adeguatamente l’evento stressante determina la comparsa di disturbi dell’umore più o meno seri.

Sintomi

Con il termine depressione, in realtà, non ci si riferisce ad una patologia univoca ma a una serie di disturbi, distinti tra loro, che presentano però alcune caratteristiche comuni. I sintomi generalmente presenti (ma non tutti insieme) nelle varie forme depressive sono:
• disturbi del sonno con insonnia o ipersonnia
• scarso appetito e perdita di peso o, al contrario, incremento dell’appetito e del peso
• perdita d’interesse per le attività quotidiane
• incapacità di provare piacere (anedonia)
• modificazione del desiderio e delle abitudini sessuali
• diversa percezione della stima di sé con autosvalutazione e sensi di colpa
• mancanza di energia e affaticamento eccessivo
• difficoltà di concentrazione
• mancanza di volontà, apatia
• tendenza a isolarsi dalla società e dalla famiglia.
I disordini depressivi meglio delineati sono essenzialmente due: la depressione maggiore e la distimia.

La depressione maggiore: caratterizzata dalla presenza quotidiana, per almeno 2 settimane consecutive, di umore depresso, accompagnata da 4 o più dei sintomi descritti sopra. Nella depressione maggiore compaiono anche agitazione o rallentamento psicomotorio, ricorrenti pensieri di morte fino all’ideazione suicida. Si presenta con esordio acuto in genere intorno ai 40 anni, ma può comparire ad ogni età e colpisce le donne 2 volte più degli uomini.

La distimia: la più frequente tra le depressioni minori, cioè tutti quegli episodi depressivi meno gravi, caratterizzati da minore compromissione delle relazioni sociali e dell’attività lavorativa.
Si presenta con disturbi lievi ma con andamento cronico; si diagnostica quando sono presenti almeno due dei sintomi classici e si protraggono già da uno o due anni. Si riscontra maggiormente nella fascia d’età dai 18 ai 45 anni e prevale nelle donne. Tipico della distimia, non grave di per sé, è il presentarsi associata ad altre psicopatologie come la depressione maggiore, l’ansia, l’abuso di sostanze, i disturbi alimentari, i disturbi di personalità.

Diagnosi

Diagnosticare la malattia depressiva non è facile tuttavia una classificazione clinica precisa è necessaria perché il medico possa formulare una diagnosi corretta e stabilire, di conseguenza, la terapia più appropriata. E’ dunque necessario tenere conto di tutti i segni e i sintomi che una persona può incontrare nel corso della malattia depressiva.
Esiste allo scopo un manuale di consultazione e di riferimento per il medico nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, quarta edizione (DSM-IV), che propone i seguenti criteri per la diagnosi di depressione maggiore:

1. Umore depresso per la maggior parte del giorno
2. Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
3. Significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito
4. Insonnia o ipersonnia
5. Agitazione o rallentamento psicomotorio
6. Affaticabilità o mancanza di energia
7. Sentimenti di autosvalutazione oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa
8. Diminuzione della capacità di pensare o concentrarsi, o difficoltà a prendere decisioni
9. Ricorrenti pensieri di morte, ricorrente ideazione suicida senza elaborazione di piani specifici, oppure un tentativo di suicidio o l’elaborazione di un piano specifico.

Cura

Il principio d’azione comune a tutti i farmaci antidepressivi risiede nel controllo dei livelli cerebrali di alcune sostanze, i neurotrasmettitori, la cui variazione determina cambiamenti dell’umore. I neurotrasmettitori sui quali agiscono più o meno selettivamente i farmaci attualmente disponibili sono tre: dopamina, serotonina e noradrenalina, per cui si parla di farmaci dopaminergici, serotoninergici e noradrenergici per indicare su quale o quali neurotrasmettitori agiscono. Va però tenuto presente che gli antidepressivi, soprattutto quelli di ultima generazione, richiedono un certo tempo prima che si instauri l’effetto: di norma tre o quattro settimane.
Le quattro classi principali di farmaci contro la depressione (contrassegnati dall’asterisco i principi attivi per i quali è disponibile il farmaco equivalente) sono:
• Antidepressivi triciclici
• Anti-MAO (anti-Mono-Amino-Ossidasi
• SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina): come fluoxetina*, sertralina*, fluvoxamina*, paroxetina*, citalopram*, escitalopram.
• SSNRI (inibitori selettivi del reuptake della serotonina e della noradrenalina): mirtazapina*, mianserina, venlafaxina, reboxetina, duloxetina.
Oltre il trattamento farmacologico, tutti i disturbi depressivi si giovano del supporto psicoterapeutico specie della psicoterapia cognitivo-comportamentale. Alcune buone alternative psicoterapeutiche nella depressione possono essere: il training autogeno, la terapia di gruppo e la terapia familiare.
*Principi attivi per i quali è disponibile il farmaco equivalente.

Prevenzione e stile di vita

Sebbene non esista uno stile di vita che possa prevenire totalmente le forme di depressione maggiore, è pur vero che alcuni studi hanno evidenziato l’utilità di stili di vita da evitare per non incorrere in un aggravamento delle forme minori o addirittura in una induzione dei disturbi in quei soggetti già predisposti.

Dunque per migliorare il tono dell’umore è sempre bene evitare:

– l’isolamento sociale
– l’abuso di alcool e di sostanze che possono dare dipendenza
– l’inattività assoluta in ambienti chiusi, isolati e totalmente privi di luce
– tutte le situazioni che possono aumentare lo stress.

E al contrario è bene per tutti:

– vivere una vita socialmente attiva anche se non si è più giovanissimi
– dedicarsi spesso ad attività ricreative appassionanti o svolgere un poco di attività fisica ogni giorno, se possibile all’aperto
– adottare uno stile di vita regolare con una dieta bilanciata e con abitudini fisiologiche costanti e ben pianificate.

Depressione e alimentazione

La dieta e l’atteggiamento verso il cibo influenzano e sono influenzati dal tono dell’umore.
La depressione è un disturbo in cui il tono dell’umore perde il suo carattere fisiologico di flessibilità, si riduce e non è più influenzabile dalle situazioni positive.
I sintomi tipici della depressione legati alla dieta sono: alterazioni dell’appetito e calo ponderale (-5% al mese) oppure, meno frequentemente, il netto aumento dell’appetito con conseguente incremento del peso corporeo.
Le diete ipocaloriche costituiscono un fattore di rischio importante per l’insorgenza della depressione, soprattutto in seguito all’assunzione di farmaci anoressizzanti; ciò comporta effetti negativi sulle emozioni e sul comportamento. Alcuni di questi principi farmacologici inducono anche un senso di euforia che lascia il posto ad una più o meno grave depressione all’interruzione della terapia.
Altri farmaci associati alle diete dimagranti favoriscono la comparsa di malumore, stanchezza e sedazione; è assolutamente controindicata l’associazione di queste molecole con gli antidepressivi.
Tra l’altro, spesso la dieta viene interpretata ed eseguita in modo irrazionale, senza un controllo specialistico, incidendo negativamente sullo stato di nutrizione del soggetto. Sia nei soggetti predisposti che in quelli non predisposti, una dieta ipocalorica inadeguata può favorire la depressione.
Alcool e Caffè
L’abitudine di inserire caffè e alcol nella dieta può incidere negativamente sulla guarigione dalla depressione; il depresso tende all’abuso di certe sostanze nel tentativo (vano) di alleviare le proprie sofferenze.
Il caffè ha un’azione psicostimolante e le sue ripercussioni sul sistema nervoso (quindi sulla depressione) sono dose dipendenti. Nella maggioranza dei depressi, il momento peggiore della giornata è il risveglio mattutino; pertanto, l’assunzione di caffè secondo le proprie abitudini (ma evitandone l’abuso), oltre che normale, potrebbe essere anche utile; deve esserne necessariamente evitato il consumo nelle ore serali.
La dieta non dovrebbe contenere bevande alcoliche, in quanto l’azione disinibente di questo nervino peggiora lo stato emotivo del soggetto affetto da depressione. Inoltre, l’alcol interferisce con le terapie antidepressive, peggiorandone gli effetti indesiderati: debolezza, sonnolenza, ipotensione arteriosa w disturbi fisici di vario genere. Ciò determina una riduzione dell’efficacia del trattamento.
Istamina
L’istamina, è un neurotrasmettitore eccitante, e se introdotto in eccesso, può scatenare forti mal di testa e ansia, peggiorando lo stato emotivo del depresso. Negli alimenti è presente soprattutto nei prodotti ittici come il pesce azzurro specie in quello inscatolato e rappresenta un indice di mal conservazione e di contaminazione batterica.
Glutammato
Anche l’elevato apporto glutammato – un altro amminoacido che funge da neurotrasmettitore eccitante, nonché da additivo alimentare utilizzato come esaltatore di sapidità – può determinare l’alterazione ed il peggioramento del tono dell’umore, favorendo crisi neurovegetative con sudorazione profusa, nausea, vomito e mal di testa e grande stanchezza (sindrome del ristorante cinese).
Tiramina
La tiramina è una ammina derivata dall’amminoacido tirosina e, oltre ad essere anch’essa un marker di contaminazione batterica, quindi di mal conservazione, è presente in buone quantità in: formaggi carni lavorate, salsa di soia, pesce, formaggi, banane e bevande alcoliche. Stimola il rilascio di noradrenalina facilitando cefalea pulsante, tachicardia e calore al volto. Sia gli effetti collaterali dell’eccesso di glutammato che quelli inerenti l’eccesso di tiramina nella dieta, possono peggiorare significativamente il quadro sintomatologico della depressione.
Zuccheri e Carboidrati
E’ fondamentale che l’apporto di zuccheri non sia troppo scarso nella dieta delle persone con depressione, questo potrebbe scatenare un’ipoglicemia con effetti collaterali sull’umore.
Una dieta quasi priva di carboidrati (come la dieta chetogenica) non è considerata una valida terapia contro la depressione. Per contro, anche l’eccesso di carboidrati (>70%) a discapito di proteine e grassi provoca effetti indesiderati degni di nota; i più rilevanti sono: diminuzione dell’utilizzazione del glucosio da parte del tessuto cerebrale, confusione, rallentamento e letargia.
Omega-3
Non solo la quantità ma anche la qualità dei nutrienti nella dieta può incidere in maniera positiva o negativa sui sintomi della depressione. Infatti, nel medio e nel lungo termine, i grassi contenuti nella dieta incidono significativamente sulla composizione dei lipidi contenuti nella membrana neurale del cervello. Un buon apporto di acidi grassi essenziali come gli omega-3, garantisce l’integrità e l’ottimizzazione del tessuto nervoso cerebrale e delle sue funzioni. invece una dieta ricca di colesterolo, con un apporto eccessivo di acido arachidonico ed un rapporto inadeguato omega3/omega6 sembra avere un effetto negativo sull’apprendimento, sulla memoria e, a causa del deficit di trasmissione nervosa, sul tono dell’umore (già alterato nella depressione). Ovviamente, una dieta ricca di omega 3 si distingue per l’effetto terapeutico specularmente opposto.
Attività Fisica
L’attività fisica è un potente coadiuvante alla terapia farmacologica per la lotta agli scompensi endocrini tipici di questa patologia; essa induce uno stimolo noradrenergico ed un rilascio di endorfine tali da favorire il miglioramento (più o meno importante a seconda della gravità della malattia) dei sintomi della depressione.

Consigli pratici

In sintesi, la dieta contro la depressione deve essere:
• Possibilmente normocalorica o comunque poco aggressiva e monitorata da un nutrizionista qualificato meglio se dal dietologo
• Priva di farmaci anoressizzanti
• Moderata in caffeina
• Priva di alcol
• Poverissima di istamina, glutammina e tiramina
• Correttamente ripartita in macronutrienti
• Ricca di acidi grassi essenziali omega3 e povera di colesterolo e grassi saturi
• Supportata dall’attività fisica svolta con regolarità.

Osteoporosi

L’osteoporosi è la più frequente patologia metabolica dell’osso ed esercita un impatto rilevante su qualità di vita e mortalità. In Italia circa 3,5 milioni di donne e 1 milione di uomini sono affetti da tale patologia. L’osteoporosi si caratterizza per alterazioni quantitative e qualitative della massa ossea che predispongono a fratture, le quali interessano principalmente corpi vertebrali, estremo prossimale di femore e omero ed estremo distale del radio.
Benché la perdita di tessuto osseo si osservi fisiologicamente nell’invecchiamento, si è in presenza di malattia osteoporotica quando si verificano fratture spontanee per traumi modesti o quando la massa ossea risulta inferiore a valori soglia.
Si distinguono inoltre osteoporosi primitive (post-menopausale, senile, rare forme giovanili, idiopatica dell’adulto) e secondarie: queste ultime sono sostenute da numerose patologie (endocrine, ematologiche, respiratorie, gastrointestinali, reumatiche, renali, neurologiche, infettive, genetiche) e farmaci (glucocorticoidi, blocco ormonale adiuvante, inibitori di pompa protonica, inibitori del reuptake della serotonina, levotiroxina a dosi soppressive, tiazolidinedioni, anticonvulsivanti, ciclosporina). È riportata anche perdita di massa ossea sia in soggetti in attesa sia dopo trapianto d’organo solido.

Cause e fattori di rischio

Dato che il processo fisiologico dell’invecchiamento di per sé non è arrestabile, è dunque molto importante fare attenzione ai molti fattori di rischio che possono favorire l’insorgenza della malattia, tenendo ben presente che sottoporsi per tempo agli accertamenti necessari per la diagnosi, è importante per evitare gravi conseguenze.
Oltre il sovrappeso e l’obesità sono questi i fattori di rischio aggiuntivo:
– riduzione del livello di ormoni sessuali (estrogeni) nelle donne dopo la menopausa
– sedentarietà assoluta e prolungata (lunghi periodi trascorsi a letto o immobili per una malattia o per un incidente con trauma)
– insufficienza renale cronica,
– assunzione a lungo termine di farmaci (cortisonici e antiepilettici)
– alcolismo (consumo eccessivo di alcolici) e tabagismo (abitudine al fumo di sigaretta iniziata in giovane età)
– disordini ormonali e del comportamento alimentare (anoressia, bulimia) con carenze nutrizionali gravi e amenorrea (assenza dei cicli mestruali)
– costituzione congenita (dalla nascita) scheletrica sottile
– figli (specie se femmine) che hanno almeno un genitore malato di osteoporosi sono maggiormente esposti.

Sintomi

Nell’osteoporosi i processi di distruzione dell’osso prevalgono rispetto ai processi di ricostruzione. In pratica, via via che l’organismo consuma le scorte di calcio accumulate durante l’infanzia, l’adolescenza e l’età giovanile, lo scheletro diventa più fragile (poroso). Spesso non dà sintomi per molto tempo finché non compare un forte dolore improvviso causato da una frattura spontanea (senza un trauma precedente) per esempio una vertebra o un osso lungo (femore).

Diagnosi

Per la diagnosi certa, anche a scopo preventivo, si deve ricorrere agli esami strumentali:
– la densitometria (o mineralometria) ossea computerizzata (MOC) che misura la densità minerale ossea (BMD Bone Mineral Density). Per convenzione internazionale, si ha osteoporosi quando la BMD è inferiore di oltre 2.5 volte rispetto al valore medio di un giovane adulto
– la densitometria a raggi X è la metodica di riferimento secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si basa sull’impiego di un fascio di raggi gamma o X che, attraversando un segmento osseo (per esempio il polso) subiscono un’attenuazione proporzionale alla densità dell’osso stesso
– la densitometria a ultrasuoni basata sull’uso di ultrasuoni (Quantitative UltraSound, QUS) che impiegano onde acustiche ad alta frequenza. Le ultrasonometrie ossee sono in grado di integrare il risultato della densità ossea con dati riferibili alle qualità meccaniche (robustezza), agli aspetti micro-strutturali tridimensionali e/o qualitativi dell’osso
– la tomografia computerizzata (TAC) può essere impiegata in maniera quantitativa (Quantitative Computerized Tomography, QCT) per la misurazione della densità ossea della porzione centrale delle vertebre lombari.
Alcuni esami di laboratorio possono coadiuvare la diagnosi strumentale: la calcemia, la fosforemia, la misura della idrossiprolina (HOP) nel sangue e nelle urine e in qualche caso anche il dosaggio del paratormone nel sangue (PTH = paratiroidismo, patologia da iper o ipo-funzionamento delle ghiandole paratiroidi).

Le cure: farmaci, dieta e attività fisica

La terapia farmacologica:
– estrogeni: costituiscono la terapia ormonale sostitutiva (TOS) dopo la menopausa.
– SERM: prodotti simili agli estrogeni, sempre utilizzabili solo dalle donne, ma che a differenza degli estrogeni hanno effetti limitati all’osso (nessuna azione su utero e mammella): il primo SERM utilizzato specificamente per l’osteoporosi è il raloxifene.
– bisfosfonati: riducono il riassorbimento osseo, utilizzabili da donne e uomini (alendronato, risedronato, ibandronato (per os); clodronato (iniezione im); ibandronato ( infusione endovenosa, una volta ogni tre mesi, solo in ospedale); zoledronato (per infusione endovenosa una volta all’anno, solo in ospedale).
– ranelato di stronzio: farmaco “a doppia azione” sull’osso, capace sia di rallentare il riassorbimento osseo, sia di stimolare la formazione.
– teriparatide e ormone paratiroideo, sono i primi farmaci capaci di stimolare specificamente la formazione di osso.
– denosumab “farmaco biologico” che blocca il principale sistema di attivazione deli osteoclasti, riducendo il riassorbimento osseo.
– calcitonina, ormone normalmente prodotto dalla tiroide, che si prende come “spray” nasale. È stato uno dei primi farmaci anti-osteoporosi, ma oggi è raramente usato.
– vitamina D e suoi derivati attivi (calcifediolo, calcitriolo, alfa-calcidolo), sostanze con azione ormonale, capaci di favorire l’assorbimento del calcio nell’intestino e la corretta mineralizzazione dell’osso.
Dieta
La dieta è sostanzialmente indirizzata a un potenziamento dell’apporto di Calcio, fosforo e vitamina D e al controllo del peso corporeo.
Il calcio, componente strutturale dell’osso, vi si trova sotto forma di cristalli minerali che comprendono calcio e fosfato. Lo scheletro umano ospita il 99% del calcio presente nell’organismo. Il calcio depositato nel tessuto osseo funge anche da riserva per il mantenimento dei normali livelli plasmatici.
Viene assorbito nell’intestino tenue sia mediante diffusione passiva, sia trasporto attivo regolato dalla
vitamina D. I soggetti con livelli maggiori di vitamina D sono in grado di assorbire più calcio.
Pertanto, in combinazione con la vitamina D, si suppone che sia sufficiente un apporto minimo di circa
800 mg di calcio totale al giorno.

Questa quantità di calcio può essere raggiunta attraverso una dieta sana che preveda un apporto giornaliero di cibi ricchi in calcio (ad esempio: 1 bicchiere di latte o una fetta di formaggio stagionato = 300 mg di calcio; 1 bicchiere di acqua minerale ricca in calcio = 200 mg di calcio; 4 sardine = 500 mg; 28 g di mandorle =75 mg di calcio).

Il dietologo deve pianificare la dieta del suo paziente con osteoporosi vigilando attentamente lo stato di salute generale e lo stato nutrizionale. E’ necessario disporre una dieta personalizzata tenendo conto anche di eventuali carenze e della possibilità di supplementazioni.

Alimenti da consigliare

– Latte e derivati nelle quantità adeguate al peso e nelle forme delipidate in caso di dislipidemia.
– Proteine, meglio se da carni bianche e pesce
– Apporto di fibre idrosolubili (inulina) non superiore a 35 g/die
– Ortaggi e frutta in abbondanza
– Acqua minerale ricca di calcio (almeno 1l e mezzo al giorno)

Alimenti da evitare

– un eccessivo consumo di sale favorisce la perdita di calcio con le urine

– in passato si pensava che gli alimenti ricchi di fibre fossero controindicati, oggi si è dimostrato che, invece, non sembrano limitare le capacità dell’intestino di assorbire il calcio alimentare (se non vi sono carenze di vitamina D), anzi alcuni tipi di fibra (inulina) possono addirittura aumentarne l’assorbimento e aiutano anche a tenere sotto controllo il peso

Alimenti da ridurre

1) ridurre al minimo i grassi saturi di provenienza animale, contenuti soprattutto nel burro, nei salumi, nella carne trasformata, nei formaggi stagionati, nelle creme salate e nei dolci.

2) limitare gli alcolici e il caffè (non più di un bicchiere di vino o una birra piccola al giorno, un bicchierino di superalcolico ogni tanto e non più di un paio di tazzine di caffè al giorno) in quanto entrambi interferiscono con i meccanismi di assorbimento e fissazione del Calcio.

Prevenzione e stile di vita

Il paziente va informato sulla malattia e istruito per il cambiamento dello stile di vita, promuovendo l’esercizio fisico, l’astensione dal fumo e l’osservazione della dieta e delle prescrizioni farmacologiche.
L’esercizio fisico va aumentato poiché non solo migliora la massa muscolare ma, nei giovani, fa aumentare la densità ossea, mentre negli adulti ne riduce la perdita.
Non tutti gli sport, però, sono efficaci. Il rimodellamento osseo, infatti, è stimolato dalla forza di gravità, quindi dal peso del corpo. Pedalare e nuotare, ad esempio, hanno utilità sulla massa muscolare, ma non su quella minerale. In particolare in acqua manca lo stimolo della forza di gravità, per cui l’osso ne risente.
Ballare, fare aerobica, salire le scale a piedi o camminare in maniera sostenuta, invece, sono attività utili per il rafforzamento dell’osso, ma non solo. Nei soggetti più anziani aiutano anche a mantenere efficienti i riflessi e il senso dell’equilibrio riducendo il rischio di cadute. Se si opta per il camminare, è fondamentale il passo; non deve essere una passeggiata, ma una camminata sostenuta.
E per renderla funzionale al massimo, bisognerebbe anche far oscillare le braccia, affinché anche tronco e arti superiori siano sottoposti a una giusta dose di esercizio.
È importante, in ogni caso, iniziare attività fisica in maniera graduale, con regolarità e moderazione. Non concentrare, quindi, il movimento nel fine settimana ma suddividerlo almeno in tre sedute settimanali, inizialmente di pochi minuti per arrivare col tempo almeno a 40 minuti a sessione.

Artrite reumatoide

L’artrite reumatoide (AR) è una malattia infiammatoria autoimmune delle articolazioni, cronica e invalidante, alla cui origine si trova una risposta anormale del sistema immunitario della stessa persona malata, rivolta principalmente verso i tessuti articolari.

Cause

Le cause precise dell’artrite reumatoide non sono ancora del tutto chiarite; alcune teorie sostengono che il processo autoimmune potrebbe essere ereditabile come predisposizione alla malattia. L’elemento fondamentale d’origine della malattia sarebbe la reazione autoimmune causata dall’attivazione dei linfociti T cui segue una reazione a cascata che comporta la secrezione di sostanze pro-infiammatorie.
I tessuti articolari sono il primo bersaglio della risposta autoimmune, prima la sinovia (cuscinetto articolare cartilagineo), e poi l’osso stesso, vengono poco a poco erosi, causando deformità, instabilità e formazione di tessuto cicatriziale all’interno dell’articolazione, più o meno rapidamente, a seconda dell’andamento della malattia e della sua aggressività. Nel tempo il processo autoimmune può colpire anche altri organi: rene, polmone, cuore, occhi dando origine alla forma sistemica.

Sintomi e diagnosi

L’AR colpisce per prime le piccole articolazioni (dita delle mani e dei piedi) e poi quelle più grandi, ma in modo simmetrico, cioè i due polsi – i due gomiti – le due ginocchia e così via. L’infiammazione si manifesta con dolore articolare, rigidità mattutina, gonfiore e impotenza funzionale delle articolazioni interessate.
Inoltre, a livello sottocutaneo, sempre nelle zone articolari, si formano noduli tondeggianti che sono caratteristici di questa malattia. Un altro sintomo caratteristico e iniziale è l’anemia (riduzione del numero dei globuli rossi nel sangue) alla quale si possono aggiungere: febbre, e debolezza muscolare (astenia). Colpisce preferibilmente le donne con un rapporto di 3:1 rispetto agli uomini, e sebbene sia possibile la sua comparsa anche nell’età pediatrica (artrite giovanile o morbo di Still), l’AR si rivela maggiormente tra i 35 e i 50 anni di età. Si può avere un decorso lento e benigno, con lunghi periodi di remissione (relativo benessere), o può rapido e progressivo (decorso maligno a gravità crescente).

La diagnosi si basa sull’esame clinico dei sintomi e sulla presenza di un autoanticorpo nel sangue, chiamato fattore reumatoide. Questo fattore è però presente solo nel 70% dei soggetti affetti, e quindi ci sono almeno un 30% di persone malate di AR che rimangono a lungo non diagnosticate e non curate (falsi negativi). Per contro, circa il 5% della popolazione anziana dopo i 65 anni di età presenta il fattore reumatoide, ma non è malato (falsi positivi).
Gli accertamenti diagnostici per immagini (Rx, TAC) rivelano dei quadri molto caratteristici delle deformazioni ossee, quando la malattia è già in fase avanzata.
Per il monitoraggio delle cure e dell’infiammazione in atto sono utili anche altri esami di laboratorio, da eseguire periodicamente: esame emocromocitometrico con formula leucocitaria, VES, Proteina C reattiva, funzionalità renale (azotemia, creatininemia).

Cure

Le terapie farmacologiche servono per contrastare il dolore e per impedire la progressione delle lesioni articolari. Tuttavia, raramente un solo farmaco è sufficiente. Il trattamento sintomatico dell’artrite reumatoide si basa sui FANS (usati di norma a dosaggi superiori a quelli adottati per l’artrosi) e anche su alcuni analgesici maggiori. I corticosteroidi (cortisone) riducono l’infiammazione e potrebbero rallentare la progressione della malattia, ma i trattamenti a lungo termine con gli steroidi portano ad una rarefazione della matrice ossea (osteoporosi secondaria) che va trattata prima possibile. Altri farmaci in grado di interrompere la reazione autoimmune sono i sali d’oro, l’idrossiclorochina e i farmaci immunosoppressori (principi attivi metotrexato, ciclosporina, leflunomide).

Gli inibitori del fattore di necrosi tumorale (TNF) e altri farmaci della stessa classe noti come “farmaci biologici”, sono stati impiegati recentemente con successo (principi attivi adalimumab, rituximab, infliximab). Agiscono specificatamente sugli auto-anticorpi, rallentando la progressione della malattia, vengono somministrati nei pazienti che non rispondono agli altri trattamenti, in associazione con gli immunosopressori (metotrexato).

Può essere utile anche praticare un po’ di esercizio fisico, che non deve essere troppo stressante per le articolazioni. Una programmazione degli esercizi quotidiani adatti è consigliabile, meglio con la consulenza di un fisiatra esperto e con l’approvazione del reumatologo.

Il trattamento ideale dell’AR richiede, comunque, un approccio multispecialistico con la collaborazione tra medici reumatologi, medici di medicina generale, ortopedici, fisiatri, psicologi, dietologi e biologi nutrizionisti.

Cure alternative

Qualche effetto di riduzione del dolore articolare si è verificato con l’impiego dell’artiglio del diavolo, della spirea olearia, della corteccia di uncaria e della boswellia. Segnalati anche fiori di Bach e idroterapia. Un’azione protettiva sul deterioramento delle articolazioni si può avere con integrazioni di antiossidanti (vitamine C, E, betacarotene, tè verde), e dagli acidi grassi essenziali (omega 3 e omega 6) se la dieta non basta.

Dieta

Tenere sotto controllo il peso aiuta a non gravare ulteriormente le articolazioni.
Una dieta ricca di pesce e di oli vegetali, ma povera di carni rosse, è consigliata ai malati di AR per i suoi effetti benefici sull’infiammazione.

Alimenti consigliati: pane e pasta integrali, cereali, riso, frutta e verdura fresche, soia, tofu, sardine, salmone e merluzzo.
Alimenti da limitare: pasta e pane da farine troppo raffinate, grassi saturi, zucchero e sale.

Tumori femminili

I tumori sono la seconda causa di morte per le donne, dopo le malattie cardiovascolari, e sono responsabili ogni anno del decesso di 119 donne ogni 10.000 sopra i 75 anni, e 38 dai 55 ai 74 anni.
In Italia una donna ogni quattro presenta un’elevata probabilità di ammalarsi di tumore nel corso della vita (0-74 anni), mentre la possibilità di decesso per cancro riguarda 1 donna ogni 11. Il rischio aumenta particolarmente al crescere dell’età: le donne in età giovanile-adulta (0-44 anni) contano solo per il 9% del totale dei tumori, quelle in età adulta (45-64 anni) per il 30% e le ultrasessantacinquenni per il 60% (fonte: AIRC).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) fornisce chiare evidenze su come l’eliminazione di alcool, fumo e una dieta non salutare possano aiutare a prevenire circa un terzo dei casi di tumore, mentre un altro 30% può essere curato. E senza il raggiungimento di una vita salutare il tasso di incidenza del cancro potrebbe aumentare ulteriormente del 50%.
Nella classifica dei tumori più frequenti per il sesso femminile, al primo posto si colloca quello della mammella che costituisce attualmente quasi il 30% di tutte le diagnosi tumorali. Al secondo troviamo il tumore del colon-retto e al terzo quello del polmone. Se suddividiamo per fasce d’età, nelle donne giovani dopo il cancro della mammella compaiono i carcinomi alla tiroide e alla cervice uterina, ovvero la porzione inferiore dell’utero. Nella classe intermedia (50- 69 anni) seguono i tumori al colon-retto, al corpo dell’utero e ai polmoni. Mentre le over 70 sono soggette particolarmente alle neoplasie allo stomaco e al pancreas. Tuttavia, il tumore del corpo dell’utero occupa il quinto posto fra i fibromi più frequentemente diagnosticati nel sesso femminile ma, nel prossimo futuro, potrebbe diventare più rilevante sia perché l’incidenza del tumore allo stomaco, attualmente al quarto posto, fa registrare uno stabile trend di riduzione, sia perché l’influenza del tumore del corpo dell’utero è in aumento.
Il rischio aumenta al crescere dell’età: le donne in età giovane-adulta (0-44 anni) contano solo per il 9% del totale dei tumori, quelle in età adulta (45-64 anni) per il 30% e le ultrasessantacinquenni per il 60%. L’adesione ai programmi di screening per il tumore della mammella (mammografia ed ecografia), dell’utero (Pap test) e colon (ricerca sangue occulto nelle feci) permettono diagnosi precoci che determinano una migliore sopravvivenza.
Ogni tumore viene affrontato in modo integrato tra chirurgia, oncologia e radioterapia per garantire i migliori risultati. Le nuove terapie biologiche permettono di personalizzare il trattamento dei tumori in base alle caratteristiche di ogni paziente. In questo modo, i risultati in termine di riduzione del rischio di recidiva aumentano e si riducono gli effetti collaterali.

La dieta e lo stile di vita

Lo stile di vita sano comprende un‘alimentazione regolare, basata sulla dieta mediterranea e comprendente cereali integrali, pochi zuccheri, tanta frutta e verdura di stagione, molta acqua, senza eccedere con la quantità di cibo, con il sale e con le calorie.

Da raccomandare sempre è l’esercizio fisico come ricorda il sito del Ministero della Salute: “influenzando positivamente alcuni ormoni, l’attività fisica diminuisce il rischio di tumore dell’utero e della mammella (nella post menopausa) e, migliorando l’efficienza dell’apparato digerente, protegge dal tumore del colon”. Soprattutto per il tumore mammario e dell’endometrio il meccanismo di riduzione dell’incidenza del cancro è legato alla riduzione del grasso e di conseguenza delle sostante infiammatorie e degli ormoni femminili.
Il consiglio è di svolgere almeno 30 minuti di attività fisica cinque giorni alla settimana, scegliendo in base alle proprie preferenze e al livello di allenamento, ma integrando sia l’esercizio anaerobico, che quello aerobico e di tonificazione.
Il fumo è da eliminare completamente essendo tra i principali responsabili di molti tumori (tra cui polmoni, bocca e vescica), mentre con l’alcool ci vuole moderazione (1 bicchiere di vino rosso al giorno). Infine è bene fare attenzione anche all’esposizione solare, ricordandosi di non esagerare utilizzando le opportune protezioni a fine di evitare soprattutto i tumori a carico della pelle. È stato calcolato che tutti questi fattori riducono il rischio di tumore di circa il 7%.

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