Infiammazione e aterosclerosi: la dieta conta

Il modello mediterraneo è ancora il migliore
infiammazione

La prevenzione delle malattie cardiovascolari aterosclerotiche (ASCVD) non può prescindere da una corretta alimentazione. Accanto ai fattori di rischio tradizionali, come ipertensione, dislipidemia, diabete e fumo, l’infiammazione cronica di basso grado rappresenta un ulteriore elemento coinvolto nei processi che contribuiscono allo sviluppo e alla progressione dell’aterosclerosi.

Una recente revisione ha analizzato il ruolo dell’infiammazione nella patogenesi delle ASCVD e le principali strategie nutrizionali potenzialmente in grado di modularla, con particolare attenzione ai meccanismi molecolari e ai biomarcatori utilizzabili nella pratica clinica.

Inflammasoma NLRP3: uno dei principali meccanismi coinvolti

L’infiammazione cronica di basso grado è sostenuta da una persistente attivazione di vie pro-infiammatorie.

Tra i meccanismi maggiormente studiati nell’aterosclerosi vi è l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3, un complesso multiproteico dell’immunità innata che favorisce il rilascio di mediatori pro-infiammatori, tra cui interleuchina-1β (IL-1β), IL-18 e IL-6.

Questo quadro contribuisce a mantenere uno stato infiammatorio sistemico e locale che può favorire la progressione della malattia aterosclerotica.

Sul piano clinico, la proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP) rappresenta attualmente uno dei biomarcatori più utilizzati per valutare l’infiammazione sistemica. È tuttavia importante sottolineare che la hsCRP non è un biomarcatore specifico di ASCVD e deve essere interpretata nel contesto complessivo del profilo di rischio cardiovascolare del paziente.

Alimentazione: possibile modulazione dell’infiammazione

L’interesse verso la nutrizione deriva dalla possibilità che la composizione complessiva della dieta influenzi le vie metaboliche e immunologiche coinvolte nell’infiammazione.

Tra i modelli maggiormente studiati, la dieta mediterranea ha mostrato risultati favorevoli, con evidenze che suggeriscono una possibile riduzione dei marker infiammatori, incluso il valore di hsCRP. Gli effetti cardiovascolari osservati con questo modello potrebbero essere spiegati, almeno in parte, anche dall’azione antinfiammatoria di specifiche componenti della dieta.

L’elevato consumo di alimenti vegetali, frutta, verdura, legumi, cereali integrali, olio extravergine di oliva e frutta a guscio, insieme alla presenza di fonti di grassi insaturi e composti bioattivi, costituisce uno degli elementi caratterizzanti del modello mediterraneo e dei suoi potenziali effetti metabolici.

Non tutti gli studi disponibili hanno prodotto risultati concordanti. La ricerca nutrizionale presenta infatti una serie di difficoltà metodologiche: eterogeneità degli interventi, differenze nell’aderenza, durata degli studi e variabilità dei biomarcatori utilizzati possono influenzare significativamente i risultati.

Inoltre, una riduzione di un biomarcatore infiammatorio, come la hsCRP, non equivale automaticamente alla dimostrazione di una riduzione degli eventi cardiovascolari. La relazione tra modulazione dell’infiammazione, cambiamenti biomolecolari e outcome clinici deve quindi essere interpretata con cautela.

Significato clinico

Per il medico e il nutrizionista, il messaggio emergente è che la qualità complessiva dell’alimentazione può rappresentare uno dei componenti modificabili del profilo infiammatorio e del rischio cardiovascolare.

L’obiettivo non dovrebbe essere tuttavia quello di prescrivere una dieta esclusivamente sulla base della sua capacità di ridurre un singolo biomarcatore. L’approccio nutrizionale deve inserirsi nella gestione globale del rischio cardiovascolare, favorendo contemporaneamente un adeguato controllo del peso corporeo, della pressione arteriosa, della glicemia e del profilo lipidico.

In questo scenario, il modello mediterraneo rappresenta una strategia nutrizionale particolarmente studiata e potenzialmente utile anche per la modulazione dell’infiammazione cronica di basso grado, pur rimanendo necessario distinguere le associazioni osservazionali dagli effetti dimostrati negli studi di intervento.

La ricerca dovrà chiarire ulteriormente quali componenti della dieta esercitino i maggiori effetti antinfiammatori, quali pazienti possano beneficiarne maggiormente e quali biomarcatori siano realmente utili per guidare la pratica clinica.

L’identificazione di nuovi marker e la standardizzazione degli interventi nutrizionali potrebbero consentire in futuro di sviluppare strategie dietetiche più personalizzate, integrate con gli altri interventi di prevenzione cardiovascolare.

In sintesi: l’infiammazione cronica di basso grado rappresenta un potenziale bersaglio nutrizionale nella prevenzione dell’aterosclerosi. La dieta mediterranea dispone di evidenze favorevoli sulla modulazione dell’infiammazione e sulla salute cardiovascolare, ma l’eterogeneità degli studi impone cautela nell’attribuire ai soli effetti antinfiammatori la riduzione del rischio cardiovascolare.

Per la pratica clinica, il valore della nutrizione risiede quindi soprattutto in un modello alimentare complessivamente cardioprotettivo e sostenibile, inserito all’interno di una strategia multifattoriale di prevenzione delle ASCVD.

Bibliografia : Claudia Giglione, Reham Hattab, Hygerta Berisha, Paolo Magni

mar 22 settembre 2026
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